|
|
|
Tel. +39.095.7116036 Sicurezza Alimentare con il Marchio Siciliano doc "Pis" (Prodotti Ittici Siciliani)
LE REGOLE E LO SPIRITO DEL «FERMO TECNICO»
|
Pubblicato su "La Sicilia" del 02/04/2006 pag.
«Meno paletti per la marineria» Sconfinare nel Mediterraneo. Oltrepassare i confini delineati dalla legge, per spingersi lì dove ancora il mare offre tutta la sua ricchezza: oltre 20 miglia dalla costa, il limite entro il quale oggi è possibile effettuare la pesca senza incorrere in pesanti multe. Questa la richiesta più urgente da parte degli armatori, che ieri si sono riuniti attorno al tavolo istituzionale per parlare - insieme agli enti pubblici - di quella «realizzazione del distretto pesca, che dev’essere costituito con urgenza, soprattutto oggi che le problematiche legate al comparto non consentono la crescita del mercato - spiega il presidente regionale della Federazione armatori, Carmelo Micalizzi - basti pensare che nel nostro Paese il 90% della flotta nazionale è abilitata entro le 20 miglia, il 5% entro le 40 e solo l’altro 5% può solcare il resto del mare: una politica di pesca che costringe i nostri pescatori a non sconfinare, mentre i pesci vengono catturati dai pescherecci europei, africani e giapponesi. Vogliamo chiedere alla Regione di eliminare i paletti che bloccano la nostra attività». E si riferisce anche all’ammodernamento della flotta, tra le più antiquate del Paese; alla pianificazione del settore, in un comparto dove regna sovrano l’individualismo; alla tracciabilità del prodotto ittico, in un momento che vede la richiesta dei consumatori di garanzie alimentari. La necessità di creare un dialogo tra Sicilia orientale e occidentale, poi, diventa fondamentale per agire in sinergia e avanzare istanze legislative: «Le associazioni dei comuni rivieraschi della provincia non si sono mai unite per sviluppare la filiera - continua Angelo Testa, dell’Associazione piccola pesca di Acitrezza - cosa che invece avviene a Licata, Porto Palo e Trapani. Noi dobbiamo difendere le peculiarità della nostra pesca, che trattandosi per la maggior parte di palangaro, si differenzia dallo strascico di Mazara del Vallo e dal cianciolo di Sciacca». Il palangaro, noto anche come palamito o conso, è l’attrezzo più usato dalle nostre parti: è costituito da una lunga serie di ami innescati e collegati ad un unico cavo - lungo anche diversi chilometri - tramite filo di nylon: «Questa tipologia di pesca ci consente di essere grandi distributori di spadotti, tonni e alalunghe - spiega Giuseppe Valastro, presidente del mercato ittico di Acitrezza - e di canalizzare la vendita anche all’estero, dove esportiamo oltre il 50% di prodotto». Lui, che rappresenta una piazza mercantile che, con i suoi 800/900 mila chili di pesce la settimana, conta un giro d’affari che contribuisce a sostenere l’economia, è convinto che «grazie al supporto degli enti si potrebbero risolvere problemi di logistica, come quelli inerenti gli spazi-vendita (insufficienti) o i canali di trasporto. Soltanto con l’aiuto della pubblica amministrazione si possono pensare nuove soluzioni legate alle strutture e alla distribuzione». Percorrendo la filiera che passa dalla ricerca, alla pesca, allo sbarco, al commercio e alla trasformazione, grande attenzione è stata data ieri all’adeguamento delle norme di sicurezza e alla tracciabilità del prodotto: «Da tempo chiediamo la creazione di un marchio, il Pis (prodotto ittico siciliano) - spiega Micalizzi - e di direttive che obblighino i venditori a dotare le cassette di un’etichetta che mostri provenienza e nome del peschereccio. L’iniziativa rappresenterebbe l’atto concreto per mettere a punto nuove forme di marketing territoriale». I numeri, infine, che fanno della nostra marineria il cuore dell’economia territoriale: la flotta siciliana conta 3500 barche (piccole e grandi) e 10 mila pescatori, quella catanese circa 400 imbarcazioni con 1500 addetti ai lavori.
|
|
|
|